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PRECARI, SERVE UN TETTO A 30 ANNI

May 10th, 2007 | by Redazione Bloglavoro |

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“Resteremo precari a vita? Non saremo mai assunti?” Domande come queste, soprattutto se fatte da giovani laureati, oggi ci mettono in difficoltà», ammette Mario D’Ambrosio, presidente di Aidp, l’associazione per la direzione del personale che conta 3 mila soci tra direttori delle risorse umane, consulenti, formatori ed esperti di organizzazione. D’Ambrosio vede nella flessibilità uno dei punti critici da trattare con attenzione, per non compromettere il clima interno aziendale. E ha una sua proposta per affrontare il problema in modo radicalmente nuovo. «Prima di tutto va chiarito che il problema non è solo delle imprese, ma dell’intero sistema economico. Negli incontri che come Aidp effettuiamo con sindacati, aziende e istituzioni, ho proposto un modello da condividere. All’ingresso nel mercato del lavoro ogni lavoratore dovrebbe scontare un primo grande periodo di flessibilità fino ai 30 anni, passando attraverso tirocini, stage, interinale, apprendistato o contratti di inserimento. Insomma tra tutte quelle forme di flessibilità che permettono al giovane di diventare più consapevole, di consolidarsi e di acquisire un’adeguata professionalità. Magari con forme di part time di durata crescente, da 10 ore la settimana a 20, a 25 e oltre».

E superata la boa dei 30 anni? «Dovrebbe seguire un ventennio di stabilità: dai 30 ai 50 anni con un impiego consolidato, perché le persone non possono sentirsi sbandate a vita. Infine, arrivati all’apice della carriera, dai 50 in poi, un altro grande periodo di flessibilità in uscita. Per esempio con contratti a progetto che valorizzino il massimo di competenze acquisite e le alte capacità di consulenza maturate. Oppure con contratti part time a scendere, dalle 40 ore in giù, dove si verrebbe comunque ben pagati essendo ormai al top retributivo. Alla fine, se ci fosse un percorso concordato di questo tipo, la flessibilità sarebbe molto più utilizzabile e darebbe una struttura più stabile al nostro sistema di lavoro e di spesa, perché senza stabilità lavorativa la gente non spende».

Attualmente, invece, perché la flessibilità crea problemi ai direttori del personale? «Perché diventa problematico motivare persone, che oggi ci sono e domani non si sa, che lavorano gomito a gomito con colleghi che fanno la stessa cosa ma che, a differenza loro, sono stabili. Oggi abbiamo bisogno del coinvolgimento di tutti e che tutti credano nella strategia dell’impresa dando un impegno effettivo. Ottenere questo con i temporanei è molto più difficile. L’unica via sta nel non far sentire il peso della temporaneità, permettendo a questi lavoratori di partecipare agli stessi eventi degli altri: la formazione prima di tutto, le riunioni o le missioni all’estero». (continua)

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