CALANO I DISOCCUPATI O CALANO I CERCATORI DI LAVORO?
June 19th, 2007 | by Redazione Bloglavoro |
Secondo l’Osservatorio del Lavoro “Rallenta la crescita degli occupati: +0,4% nel 1° trimestre 2007, a fronte del +1,9% nella media del 2006
E’ meno positiva l’evoluzione del mercato del lavoro italiano, che sembra in parziale controtendenza alla ripresa dell’economia: 99mila nuovi posti nel primo trimestre 2007, a fronte dei 425mila nella media del 2006. L’indebolimento della dinamica dell’occupazione – sottolinea l’Istat – riflette la sensibile riduzione del ritmo di crescita del lavoro a tempo determinato e dell’apporto della componente straniera (regolarizzazione degli immigrati). Disoccupati in calo al 6,4% dal 7,6% del periodo corrispondente 2006 e ai minimi dal 1992.”
Secondo la CGL cala il numero di persone che cercano lavoro. In pratica, ci sono sempre più persone, soprattutto precari, che riunciano a cercare e di conseguenza non si iscrivono di nuovo al centro per l’impiego che è responsabile poi del passaggio di dati per le statistiche. In pratica, se smetti di cercare lavoro e ti pieghi al precariato a vita, sparisci dalle statistiche, con il vantaggio di chi deve dimostrare che ci siano meno disoccupati.
Non ci sono meno disoccupati: ci sono meno persone che ambiscono ad avere un lavoro vero. Questo sì che è un gigantesco problema. Tra poco potrebbe diventare un grosso problema sociale a livello di crescita del paese. Ma sì, continuate pure a bisticciare sugli studi di settore…



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3 Responses a “CALANO I DISOCCUPATI O CALANO I CERCATORI DI LAVORO?”
Scritto da Erbaviola il 19 Jun , 2007 | Rispondi
Ma uno che come dici si stanca di cercare lavoro e non lo cerca più…che cosa fa? 0___0
Scritto da Fede il 20 Jun , 2007 | Rispondi
Bella domanda. In parte si tratta solo di gente non più iscritta alle liste di disoccupazione che si accontenta di passare da un precariato all’altro vivacchiando. Alcune donne rinunciano e restano a casa cercando di vivere solo con lo stipendio del marito. I casi sono vari…
Scritto da achille della ragione il 21 Jun , 2009 | Rispondi
Il definitivo tramonto del lavoro
La crisi economica mondiale sta provocando un massiccio aumento della disoccupazione, che colpisce specialmente i giovani, un effetto accelerato di un processo irreversibile che porterà in breve l’umanità a fare a meno quasi completamente del lavoro.
Il progresso scientifico e l’automazione negli ultimi anni hanno fatto sì che, con una quota minore di lavoro, si riesca a produrre una maggiore quantità di beni e servizi, una cosa certamente positiva che nel tempo potrà liberare l’uomo dalla maledizione biblica di essere costretto con gran sudore a procacciarsi il necessario per vivere.
Paradigmatico è l’esempio di quanto produce un contadino americano ed uno africano: il primo grazie ai fertilizzanti, alla cospicua irrigazione ed all’uso di macchinari riesce a produrre quanto cento dei suoi colleghi africani, per cui, ipotizzando che in futuro anche loro potranno usufruire degli stessi accorgimenti, fra non molto il lavoro di uno solo potrà bastare a produrre il cibo per gli altri 99, i quali potranno anche non lavorare, se però colui che produce sia disposto a dividere con gli altri il frutto del suo lavoro. E qui nascono le difficoltà forse insormontabili per l’egoismo dell’uomo, probabilmente bisognerà creare una rotazione nel lavoro: un giorno ogni cento. Una prospettiva allettante che invita però alla meditazione sulla sua fattibilità, dopo che per anni abbiamo ascoltato l’utopico slogan “lavorare meno lavorare tutti”.
In numerosi altri campi la riduzione del lavoro è stata massiccia, mentre il prodotto ha continuato ad aumentare senza sosta, riuscendo a soddisfare gli scriteriati bisogni crescenti di una civiltà dominata dall’imperativo categorico di consumare, consumare ed ancora consumare.
Non è ipotesi fantascientifica immaginare un mondo nel quale il lavoro non sarà necessario ed i beni ed i servizi necessari saranno realizzati dalle macchine e dai robot.
Il problema drammatico sarà costituito dalla distribuzione dei prodotti, venuto meno anche l’uso del denaro o quanto meno del modo per procacciarselo al quale siamo abituati. Ed a complicare ulteriormente il quadro vi è il moloch della globalizzazione, che annulla le decisioni e le volontà non solo dei cittadini, ma degli stessi Stati, impotenti davanti al potere cieco delle multinazionali.
Potremo in futuro, quanto prima, liberarci dal fardello del lavoro, ma dovremo affrontare e risolvere una serie di non facili problemi: distribuire equamente la ricchezza e creare una reale uguaglianza tra nazioni e cittadini.
Un compito arduo ed affascinante che dovrà essere l’obiettivo delle nuove generazioni, le quali dovranno essere in grado di trasformare la crisi attuale in occasione di crescita. Una rivoluzione che cambierà la nostra vita, il nostro modo di pensare e di relazionarci col prossimo. In caso contrario ci attendono fame, rivolte, guerre ed una instabilità politica generalizzata con il tramonto della democrazia e l’instaurarsi ubiquitario di tirannie.
Achille della Ragione