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RICCHI A 30 ANNI, MOLLANO GOOGLE E VANNO AI CARAIBI

Scritto da: Redazione Bloglavoro 22 Giugno 2007 – 22 Giugno 2007 - 02:07

NEW YORK — Google non ha ancora dieci anni, continua a crescere tumultuosamente e ad attirare «cervelli» da tutto il mondo ed è, secondo la classifica di Fortune, il luogo di lavoro più ambito dagli americani. Ma già deve affrontare un’emorragia di talenti: più di un terzo dei primi trecento dipendenti assunti dai fondatori Larry Page e Sergey Brin tra il 1998 e il 2002 — quasi tutti ingegneri e matematici — hanno incassato le loro «stock option» milionarie e se ne sono andati; chi ai Caraibi, chi a fondare nuove aziende informatiche. Un esodo di queste dimensioni in un’azienda normale è come una campana che suona a morto, la fuga da una nave che rischia di affondare. Ma a Google non c’è niente di normale.
È un’azienda straordinariamente dinamica e innovativa. Anche un po’ spaventosa, per la sua capacità di demolire tutti gli argini: regole di convivenza tra imprese, tutela del copyright, rispetto della privacy, rapporti di lavoro tradizionali. È una rivoluzione che lascia tutti frastornati, mentre Google cambia e cresce alla velocità della luce: successo, arricchimenti, progresso delle carriere, avvicendamento di «cervelli» sempre più giovani e «freschi » reclutati con metodi di ricerca del personale quantomeno originali. Tecniche che variano da quelle (apparentemente) ludiche, come i «Google Games» — i giochi nei quali studenti di università rivali come Stanford e Berkeley si sfidano in discipline che vanno dalle costruzioni Lego ai puzzle più complessi, ai videogiochi di ultima generazione — a procedure da «Grande fratello» come lo «screening» di massa dei candidati, realizzato analizzando con un algoritmo matematico i 1300 questionari (ricchi anche di domande su questioni molto personali) compilati ogni giorno da chi vuole entrare nell’azienda di Mountain View.

Da un lato i ventenni brillanti e ambiziosi che continuano a essere assunti al ritmo di 500 al mese da un’azienda che dal 2003 raddoppia ogni anno il suo organico (oggi i dipendenti sono oltre 13 mila); dall’altro i drappelli di manager che, a trent’anni, hanno già accumulato una fortuna. Molti preferiscono liquidare i titoli ricevuti qualche anno fa al valore nominale di un dollaro e che ora, dopo la quotazione e la straordinaria galoppata di Google in Borsa, valgono più di 500 dollari. C’è chi vuole investire e diventare imprenditore in proprio, chi preferisce godersi una ricchezza che lo libera dal lavoro come bisogno e chi, molto più semplicemente, arrivato a 32 o 33 anni, non vuole sentire sul suo collo il fiato di «genietti» più giovani, freschi e aggressivi.

È una porta girevole che ruota vorticosamente, quella di Google, simbolo di un’epoca nella quale tecnologie e globalizzazione hanno accelerato tutti i cicli economici. Alcuni dei siti sociali di maggior successo sono frutto del lavoro dei fuoriusciti dell’azienda di Mountain View. È il caso di Twitter o di BuzzLogic. Aydin Senkyt — un matematico che se n’è andato due anni fa, subito dopo la quotazione di Google in Borsa, ed ha incassato qualche decina di milioni di dollari — ha già creato 22 nuove aziende. Bismarck Lepe, che aveva cominciato a lavorare per Google nel 2003, quando aveva solo 23 anni, due mesi fa si è dimesso dall’azienda «più desiderata dagli americani» per sviluppare Ooyala, un sito web per immagini video ad alta definizione. Ed ha confessato alla rivista Forbes la sua ambizione: creare «un’impresa che diventerà più grande di Google».

Dapprima l’azienda ha cercato in ogni modo di arginare un fenomeno che reputa comunque dannoso: chi rimpiazza i dimissionari ha bisogno di tempo per entrare in sintonia col team e il suo modo di lavorare e poi Page e Brin consideravano ogni esodo dalla loro azienda-gioiello un’erosione della cultura aziendale. Perché lasciare un’impresa che ti coccola dalla mattina alla sera offrendoti gratuitamente palestre, vasche jacuzzi, campi di pallavolo sulla sabbia, lavanderie gratuite, una segreteria a disposizione di tutti i dipendenti per prenotare viaggi, ristoranti, teatri, dolciumi e succhi organici in ogni angolo e cibo da gourmet cucinato dai 12 diversi ristoranti sparsi nel «campus»?
Per molti la tentazione di trasformare in oro le stock option avute qualche anno fa, si è rivelata troppo forte. E poi, quando i tuoi dipendenti sono già tutti ricchi, è difficile trattenerli con un aumento di stipendio. Molti sono rimasti negoziando una rotazione delle mansioni aziendali. Altri, come Colin Wong, se ne sono andati lamentando che Google sta perdendo la sua anima di «esploratrice della conoscenza » da quando l’attenzione si è concentrata sulla conquista di fette crescente del mercato pubblicitario, «on line » e non. Molti, però, hanno deciso di restare. Il direttore della ricerca tecnologica, Larry Silverstein, il primo dipendente assunto nove anni fa da Page e Brin, è uno di questi. Ha guadagnato una fortuna in poco tempo e ora potrebbe incassare altri 100 milioni di dollari dalla vendita delle sue stock option e levare le tende. Ma non è facile abbandonare il campus costruito sul più grande giacimento di intelligenza — naturale e artificiale — del mondo. Lui confessa che, con quello che ha già guadagnato, continuare a lavorare significa praticamente fare del volontariato. Ma gli piace ancora lavorare alla soluzioni del problemi matematici posti dallo sviluppo del motore di ricerca, il cuore del «sistema Google». Craig è la persona che mi accolse quando, due anni fa, andai a visitare Google. Indimenticabili il garbo e il tono di paterna pazienza con i quali questo ragazzo — allora appena trentenne — «spiegava il futuro » a un vecchio dinosauro della carta stampata.

Il rischio principale, a Google, è la sindrome dell’onnipotenza. Può capitare, in un’azienda che sta costruendo la biblioteca universale, che si è data la missione di «organizzare tutta la conoscenza del mondo», che ora pretende di organizzare anche le nostre con i nuovi programmi basati su algoritmi capaci di «ottimizzare» le scelte che facciamo tutti i giorni, che ha polverizzato il concetto di «privacy» analizzando gusti, costumi e abitudini di tutte le persone che dialogano in rete e riproducendo ogni angolo del Pianeta con i suoi satelliti e le migliaia di telecamere sparse in giro per il mondo. Il fatto che molti lascino quest’azienda onnipotente è, in fondo, salutare. E rassicurante. Alla fine se ne sono fatti una ragione anche a Mountain View: «Noi — ha dichiarato a Forbes il vicepresidente di Google Laszlo Bock, ripetendo il solito slogan — dobbiamo organizzare tutta l’informazione del mondo, non vogliamo fare di Google la compagnia più grande del mondo. Se da noi nascono le 200 start up più innovative, non è una cattiva cosa». Anche perché molte di queste aziende, per quanto indipendenti, mantengono un legame tecnologico o operativo con la corazzata Google.

Fonte: Corriere della Sera, 20 giugno 2007

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