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L’ECONOMIA DELLA PRECARIETA’…MA C’è UN PRECARIO?!

October 10th, 2007 | by Redazione Bloglavoro |

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Riportiamo un buon editoriale a firma di Sergio Ferrari e Roberto Romano apparso ieri sul Manifesto. Purtroppo non altrettanto buono il convegno organizzato sempre ieri a Roma, dal titolo “L’economia della precarietà“.

Sfilano i soliti nomi di luminari e illustri accademici, i soliti nomi del giornalismo, le solite sigle sindacali e i soliti luoghi comuni sull’economia del precariato. Sarebbe bastata una piccolissima mossa innovativa: invitare a parlare un precario.

Dite che non lo troviamo in tutta Italia un giornalista o un economista o un ricercatore precario che si interessa di precariato?!

E, gran finale, la tavola rotonda! Intervengono a parlare di precariato: Oliviero Diliberto (Segr.Pdci), Paolo Ferrero (Ministro della Solidarietà Sociale), Franco Giordano (Segr.Prc), Fabio Mussi (Ministro dell’Università e Ricerca), Nicola Nicolosi (Coord.naz.Lavoro e Società, Cgil), Alfonso Pecoraro Scanio (Ministro dell’Ambiente), Gianni Rinaldini (Segr.gen.Fiom-Cgil), Cesare Salvi (Senatore, Capogruppo Sd)

Chissà se uno solo di loro, solo uno, ha un figlio precario…chissà.

L’economia della precarietà - Editoriale
Il Manifesto, 9 Ottobre 2007

Il convegno di oggi a Roma (L’economia della precarietà, Centro Congressi Cavour) potrebbe aprire una riflessione sul quadro politico, non occupandosi di partiti e di organigrammi, ma dei problemi del paese. Non condividiamo l’antitesi, ma la distinzione esiste e se non sappiamo cosa fare e che decisioni assumere, diventa difficile costruire un progetto.
Sono ormai alcuni lustri che il nostro paese segna un differenziale di crescita negativo rispetto ai paesi Ue. Abbiamo letto tutte le interpretazioni possibili di questo divario, compreso quelle molto apprezzate che fanno finta di niente. Abbiamo perso anni dietro la questione del costo del lavoro e dintorni. Un’affermazione priva di fondamento dal momento che il nostro costo del lavoro era e continua ad essere il più basso e foriero del malessere sociale diffuso. Abbiamo sentito altre «invenzioni». Assistiamo all’incredibile colpevolizzazione della scuola e dell’università che non creerebbe giovani adatti al lavoro, mettendo in crisi le nostre imprese. Secondo questa «scuola» sarebbe questa la causa di quell’encefalogramma piatto offerto dall’andamento dei livelli professionali e di ricerca nel nostro sistema economico. In ultima analisi, dopo le terapie da svalutazione, oggi saremmo costretti a giocare sul costo dei fattori e sugli incentivi pubblici. Sembra che i nostri giovani vadano bene all’estero ma non da noi.
Questo tipo di crisi e di dibattito può essere superato solo ponendo sul tappeto un approccio diverso. Che senso avrebbe, altrimenti, parlare di società della conoscenza? Al di là degli slogan, battute come queste dicono che gli strumenti d’intervento sulla vita degli uomini si sono ampliati e che la nostra vita potrebbe essere migliore. Conosciamo tutte le ombre, le sconfitte e la possibile valenza contraddittoria delle conoscenze quando sono tradotte in innovazione tecnologica; ma soprattutto sappiamo che esistono anche percorsi di ritorno che possono trovare alimento nella conoscenza.
In questo nuovo quadro politico come si pone la questione della democrazia? Se si è interessati ai processi di sviluppo della democrazia, se la parola socialismo rappresenta un riferimento ideale concreto, se vogliamo essere attori non passivi del nostro tempo, dobbiamo misurarci con le novità introdotte da questa «società della conoscenza» partendo dalla necessità di sviluppare una società più libera, più giusta e più ricca perché diversamente ricca.
Ma questa è la questione del vincolo posto al nostro paese dalla specificità di una crisi economica che è tale perché ci vede privi di attori e struttura con le quali dominare la qualità del nostro sviluppo. Questa nostra situazione ha due possibili sbocchi: la decadenza e/o la meridionalizzazione, oppure un nuovo ruolo dell’intervento pubblico nelle forme e negli strumenti. Di questo sarebbe opportuno discutere.

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  1. 6 Responses a “L’ECONOMIA DELLA PRECARIETA’…MA C’è UN PRECARIO?!”

  2. Scritto da Francesco De Luca il 10 Oct , 2007 | Rispondi

    No, ti confermo che nessuno di loro ha figli precari :) Speriamo che ci adottino a questo punto ;)

  3. Scritto da simone il 12 Oct , 2007 | Rispondi

    Riflessione semplice quanto tremendamente intelligente…perchè far parlare di precariato chi non ha assolutamente idea di cosa sia e di quali conseguenze comporti??
    La cosa più bella é indire il referendum sul welfare che tratta anche di precariato..senza far votare i diretti interessati!

    simone
    http://www.ilcomunicatore.wordpress.com

  4. Scritto da Anna il 13 Oct , 2007 | Rispondi

    I sindacati attuali portano avanti solo l’interesse dei cosiddetti “insider”. Purtroppo, anche qui è il soldo che conta… Ma secondo voi un sindacalista a chi ascolta di più, un atipico che la tessera la paga si e no 50 euro l’anno o un insider che, come me ad esempio, paga la tessera quasi 500 euro l’anno?
    E’ arrivato il tempo, cari amici, di creare qualcosa di veramente nuovo da parte di noi giovani atipici e non, altrimenti non saremo mai nessuno, nel senso di rappresentatività.
    Fino ad adesso ha sempre vinto il detto “Dividi et impera”. Fino a quando non saremo tutti uniti tra di noi, non cambierà mai nulla….
    Anna

  5. Scritto da Redazione Bloglavoro il 14 Oct , 2007 | Rispondi

    @simone: veramente al referendum sul welfare i precari potevano votare come tutti: nella categoria ‘attivi’ se lavoratori e ‘non attivi’ se pensionati, disoccupati o studenti.

    @Anna: cara Anna, secondo noi, dopo un breve summit domenicale di redazione (cioè un panino di tre lavoratori che hanno messo in piedi questo blog) abbiamo decretato che c’è una categoria che verrebbe molto molto ascoltata dai sindacati, più degli insider. E’ una categoria che dovremmo deciderci a formare: quella che non versa contributi al sindacato. Togliamogli tutti i 50 euro e vediamo se restano ancora sordi… dici che non funziona? La storia insegna che funziona benissimo.
    E’ un mondo comunque in cui non si riesce ad essere uniti anche volendo. Un po’ di tempo fa parlavamo con i ragazzi che manifestavano davanti alla Feltrinelli perché li prendevano 6 mesi in stage e poi li lasciavano a casa: 6 mesi di lavoro gratis, a cui seguiva un altro gruppo di 6 mesi. Una ragazza ci ha detto: “manifestiamo per niente: la gente continua a entrare e uscire con i sacchetti di acquisti e ci sono già pronti altri 20 sfigati come noi per lo stesso posto, e se rinunciano ce ne sono già altri 20 ancora…”
    Sono le regole che vanno cambiate, l’unione in Italia è un discorso troppo complesso e non credo risolutivo per il problema del precariato.

  6. Scritto da anna il 15 Oct , 2007 | Rispondi

    Cari amici,
    io ho già pensato proprio oggi a farlo.
    Ho mandato una bella lettera di disdetta, raccomandata con ricevuta di ritorno, perchè mi hanno stufato. Si fanno sentire solo per chiedere soldi. Pensate che, con tutto quello che si prendono dalla busta paga, non mi mandano neanche un giornale a casa!!
    Il problema però lo sapete qual’è?
    Che anche se mi cancello io e voi, chi li ferma gli anziani, affezionatissimi???
    D’altronde per loro si che lottano!
    Sigh :-( Anna

  7. Scritto da Redazione Bloglavoro il 16 Oct , 2007 | Rispondi

    Ciao Anna, guarda che anche tra gli “anziani affezionatissimi” ce ne sono alcuni che stanno lasciando… magari si potrebbe aprire un sito per raccogliere tutti gli ’stufi dei sindacati’ che decidono di non sovvenzionare più il loro ozio ;) Comunque hai fatto benissimo, due di noi tra cui io (Fede) ci siamo già tolti, è assurdo pagare per vedere la gente presa in giro. Quando vorremo questo risultato, andremo davanti a un call center a sfottere gli operatori all’uscita, non vedo perché dovrei pagare i sindacati per farlo!

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